20 Febbraio 2019

LA DONNOLA SOTTO IL MOBILE BAR

Un caleidoscopico collage di micro testi pinteriani che vanno dagli anni ‘50 al 2002, anno di "Conferenza Stampa" (che l’autore interpretò nel ruolo del Ministro).
Trame spaiate, apparentemente diacroniche, che rimandano ad immaginari collettivi e non della nostra società. Ecco allora la critica allo stato capitalista che sfrutta gli operai per guadagni plus/valorizzati ed egemonici; la fotografia di coppie borghesi allo sfascio che apparentemente si amano incontrastati "Notte"; la politica feroce e violenta di "Conferenza stampa", o i tratti di violenza urbana di "Il nuovo ordine del mondo"; o i giochi di parole da teatro dell’assurdo di "Scusatemi"; oppure stralci improvvisi di vita vera, "L’ultima ad andare", dove la stasi perenne domina le vite di omini-formiche, spersi nella sovranità di un universo assente, o comunque in ritardo; o la paura del comunista-mangiabambini che tanto era trendy nel epoca della guerra fredda, "L’intervista"; o i ricordi di un uomo che perdendo la vista perde i legami interni ed esterni con la sua identità "Invito al the"; o il potere che accetta il cambia bandiera come modus operandi necessario, "L’esame"…
Questo solo per citare alcune delle eterogenee scene dello spettacolo che prende il titolo da una dichiarazione su - cosa fosse il suo teatro - dello stesso Pinter.
La critica si è scervellata per anni per capire il senso recondito di questa frase [la donnola sotto il mobile bar] che Harold stesso avrebbe poi rivelato essere una burletta.
Lo spettacolo si apre con una devastante vista di rovine teatrali, che emergono dal retroscena come se quella fosse la nuova condizione del mondo in cui viviamo. Un mondo sottosopra, come anche LaBute lo definirebbe.
Equilibri che si rompono, nel nome della sacra Inghilterra che apre e chiude uno spettacolo ricco di parole con due song emblematiche: Dancing with the Moonlight Knight dei Genesis del 1973 (quelli veri) ed England degli Angelic Upstarts, gruppo punk-OI degli anni ‘80 che è una sorta di Anthem dei verdi campi inglesi.
In mezzo c’è la vita, quella vera, quella che ti fa svegliare nel mezzo della notte e ti ricorda che il tempo, l’amore, la morte, il potere, la famiglia, i soldi…
La scena scarna con elementi che di volta in volta vengono avanti come a creare un teatrino di bambini che giocano alla vita, tutto è falso, ma non i rimandi che agiscono sotterranei nell’anima degli spettatori.
Un modo dunque per riflettere, grazie a testi splendidi che permettono interpretazioni multiple, sfavillanti, tetre, dialettali, assurde, da teatro d’improvvisazione…
Lo stile pop cerca di ricordare a sé e a gli altri che il teatro nasce dall’incontro tra spettatore e attore, quindi niente intellettualismi fine a se stessi ma coinvolgimento, soprattutto emotivo, poi empatia, dolore, gioia… Emozioni, vere.
Ragazzi in erba, energia forte, parole che tagliano, risate amare, nell’epoca del tutto e subito uno spettacolo che ricorda che il qualcosa ogni tanto forse ci salverebbe dal finto benessere delle finanziarie, dalla scomparsa degli orologiai, dai politici corrotti e orrrendddi, dalla nascita di escort, tronisti, vallette, opinionisti di serie c, realities, carrarmati/suv , per ricordare che in fondo la vita può essere più intensa e bella con 24000 baci più che con 240000000000 euro…
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